Gli archeologi che ininterrottamente scavano per raccontare storie sempre nuove sulla vita di Pompei prima della terribile eruzione del 79 d.C. hanno catalogato la scoperta sotto il nome di Termopolio della Regio V. Il sito archeologico campano è di certo una delle più incredibili fonti “parlanti” per ricostruire usi e costumi di una città decisamente popolosa e brulicante di affari durante il periodo imperiale. E infatti continua a riservare sorprese che al di là dell’incredibile pregio artistico – nel caso specifico, gli affreschi che decoravano gli ambienti riportati alla luce – contribuiscono ad avvicinare la memoria di un passato antichissimo ai nostri tempi. Il Termopolio rinvenuto nella Regio V, per esempio, ci dice quanto i Romani amassero mangiare al “fast food”. O meglio, l’antenato del nostro fast food: il thermopolium (l’etimologia risale chiaramente alla cultura greca, mentre popina è il termine alternativo di lingua osco-umbra), in tutto il territorio dell’impero, identificava un luogo di ristoro dove consumare un pasto veloce.
Una tavola calda informale e molto diffusa nelle grandi città, per assecondare le esigenze di un’ampia fascia di popolazione, quella meno abbiente in cerca di cibo pronto a basso costo, anche per sopperire alla mancanza di una vera cucina in casa. E infatti è molto elevato il numero di ritrovamenti, che hanno permesso agli archeologi di farsi un’idea precisa di come funzionassero questi frequentatissimi locali: spazi ristretti e organizzati nel modo più funzionale per adempiere allo scopo, un bancone di marmo era il fulcro dell’attività, e conservava i vasi in terracotta (detti dolia) utilizzati per mantenere in caldo cibi e bevande, che il cliente aveva immediatamente modo di esaminare, avvicinandosi al banco – solitamente affacciato su strada, le botteghe più ampie potevano prevedere una saletta per fermarsi a mangiare – per ordinare uno dei piatti del giorno. Eppure – nonostante i termopoli fossero ad alto uso e consumo di sbandati e ubriachi che si ritrovavano di locale in locale, per il bicchiere della staffa – anche allestiti con gusto, come testimonia proprio l’ultimo ritrovamento pompeiano: a Pompei, circa una quarto dei 20mila abitanti della città frequentava abitualmente i thermopolia, con frequenza giornaliera (anche per questo l’archeologo americano Stephen Dyson è arrivato a paragonare le tavole calde dell’antica Roma a un ibrido tra un fast food, un tapas bar e un pub) .
E l’area da poco riportata alla luce, all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’argento e il vicolo dei Balconi, mostra una decorazione ad affresco raffinata, con Nereide su cavallo in ambiente marino e, accanto, una rappresentazione realistica del lavoro in bottega, con le anfore incastonate nel bancone e le ciotole sul piano di lavoro. Un’insegna ante litteram, probabilmente mirata a segnalare l’attività che si svolgeva nella bottega, spiegano gli studiosi attribuendo alla decorazione un ruolo innanzitutto pratico. La scoperta pompeiana, pur non rappresentando un unicum (in tutto il sito si contano ormai un’ottantina di termopoli, ma anche Ercolano e Ostia Antica, solo per restare in Italia, ne conservano numerosi esempi), contribuisce a precisare ulteriormente le dinamiche di vita di una città che l’eruzione del Vesuvio ha letteralmente cristallizzato per i secoli a venire.
Tanto più che nel riscoprire l’impianto commerciale, gli archeologi hanno rinvenuto anche utensili e oggetti che avvalorano la ricostruzione, come già avvenuto in passato in altri termopoli della città. Tra i più celebri, quello di Lucius Vetutius Placidus ha restituito anche un tesoretto di monete, pari all’incasso di una giornata di lavoro. Ma cosa si consumava, abitualmente, in un termopolio? Cibo povero e di facile conservazione: pesce salato, formaggio, carne marinata, pane abbrustolito ad accompagnare, e l’immancabile garum, salsa ottenuta dal pesce fermentato, che i sostenitori del confronto col fast food moderno azzardano a paragonare alla mania per ketchup e salse dei tempi moderni. E poi uova, cipolle, frutta secca, olive, legumi: numerosi di questi prodotti costituiscono oggi il prezioso nucleo di reperti alimentari riunito nella Collezione dei Commestibili, recentemente esposto al museo MANN di Napoli
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