Se il bel borgo medievale di Castelbuono, nella Sicilia del Parco delle Madonie, oggi ha ripreso slancio, il merito è anche della famiglia Fiasconaro. Dal 1953 l’azienda di famiglia è cresciuta nel segno di un’attività dolciaria lungimirante e oggi esporta in tutta Italia e nel mondo i suoi prodotti: “Ricordo gli anni Settanta, papà era un vero cerimoniere, i suoi dolci non mancavano mai alle feste e ai banchetti di tutti i paesi nei dintorni, da Cefalù ai borghi più piccoli. Già negli anni Ottanta, in Sicilia, il nome di Fiasconaro era ben noto”, racconta ora Nicola, che da papà Mario ha ereditato la creatività dolciaria, e oggi guida l’azienda con i suoi fratelli, Fausto e Martino. Il legame con il passato è ben rappresentato dal punto vendita di piazza Santa Margherita, proprio nel cuore del borgo medievale, “una piazza bellissima per la nostra casa dei dolci, oggi desolatamente chiusa, in attesa di poter ripartire”. Ma l’attività non si è fermata, perché l’azienda – che nel 2019 ha raggiunto un fatturato di 22 milioni di euro anche per merito di un fiorente mercato delle esportazioni – può contare su una rete di distribuzione capillare, alimentata da una vetrina online che si sta rivelando provvidenziale.
“Con la ristorazione e il settore dell’ospitalità fermi, abbiamo scelto di potenziare l’e-commerce, per arrivare nelle case degli italiani in occasione della Pasqua. La nostra è un’azienda solida, abbiamo fermato la produzione per tutelare i nostri dipendenti, ma abbiamo decine di migliaia di colombe pronte per la vendita. Mi piace pensare che in questo contesto la colomba, che è sempre stato un dolce aristocratico, possa giocare il ruolo che riveste il panettone a Natale: sia motivo di conforto per le famiglie, oltre che simbolo di pace e unione dei popoli com’è sempre stata”. Le colombe di Fiasconaro, in questi giorni così difficili, stanno arrivando anche negli ospedali italiani, e dove c’è bisogno: “Abbiamo cercato da subito di fare la nostra parte, all’estero è più complicato, alcuni Paesi non accettano i nostri dolci nemmeno in solidarietà. Ma c’è il desiderio di giocare la nostra parte: noi che siamo dietro le quinte possiamo supportare chi sta in trincea. Lavoriamo con dolcezza per regalare un attimo di sollievo a chi sta combattendo in prima linea”.
Sul momento storico che stiamo vivendo e sul futuro che verrà, Nicola Fiasconaro ha le idee chiare. Il suo è un monito, carico però di fiducia: “Oggi stiamo capendo che l’uomo è fragile, impotente davanti alla natura. Dobbiamo ripensare il nostro modo di vivere, rispettare l’essenza della vita. Questa pandemia ci darà una scossa interiore, sarà vincente chi saprà accettare la sfida, comprendere il cambiamento inevitabile delle dinamiche globali, dei mercati, delle relazioni. Da uomo di alimentazione sento particolarmente questa responsabilità, dobbiamo tutti darci una regolata!”. Da questa riflessione scaturisce l’idea di rimettere le mani in pasta per onorare il prodotto che più di ogni altro è fonte di vita: “Siamo sempre stati pasticceri, specializzati nella gestione della pasta madre. Ora l’idea è quella di scommettere sul pane, un pane buono, senza chimica, con le nostre farine siciliane, a partire dalla tumminia, che si produce qui a Castelbuono. Il pane torni a essere principe della tavola, noi abbiamo già stabilimenti in grado di produrlo per promuovere una vendita di pane fresco online”.
La voglia di fare, del resto, per Nicola è lo strumento vincente per guardare al futuro: “Questo è il momento di essere uniti, di stare accanto alle istituzioni. Non dobbiamo aspettare la provvidenza istituzionale, dobbiamo rimboccarci le maniche e far trionfare l’italianità. Noi lo facciamo da sempre col made in Sicily, ora più che mai c’è bisogno di impegno e creatività. Così l’Italia non solo risorgerà, ma si vedrà riconoscere quello che merita. Dobbiamo essere divulgatori d’arte, bellezza, rispetto per la natura, sicurezza alimentare”. Il messaggio arriva potente, da una Sicilia che pure non è terra semplice: “La Sicilia è una maledizione, è una terra pirandelliana. Più lei soffre, più ti innamori di lei”. Sono parole cariche di enfasi, e speranza. “Qui da noi il trauma non è arrivato travolgente come al Nord, c’è da augurarsi che non succeda. Ma se sarà così, questo momento dovrà servirci a rimboccarci le maniche, iniziare a fare sistema culturale, aziendale, istituzionale. Dobbiamo guardare con determinazione al futuro, programmare le nostre prossime azioni con consapevolezza. Conta lo sforzo di ognuno di noi. Pensiamo a realizzare le nostre visioni, è un’occasione storica per creare un mondo migliore. Chi fa il nostro lavoro, per esempio, rimetta al centro la terra: i nostri contadini devono diventare imprenditori, noi gli dobbiamo rispetto, dobbiamo proteggerli e metterli al centro”. Il primo passo per ripartire? “Cominciamo a rispettare noi stessi”.
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