Gli effetti delle crisi internazionali sulla spesa dei consumatori non impedisce a una delle icone del gusto italiano di arrivare sulle tavole di tutto il mondo. Tanto che i grissini hanno addirittura una giornata internazionale intitolata. Il 27 ottobre è stato è il “Breadstick Day”, la giornata che celebra a livello internazionale l’arte del grissino.
Fare la spesa, secondo i dati dell’Osservatorio sui consumi alimentari Ismea-NielsenIQ, nel primo semestre 2023, è costato agli italiani il 10% in più rispetto al primo semestre 2022, a partire dal comparto dei derivati dei cereali (+15,6%) e a trainare il trend è proprio il segmento del “pane e sostituti” (+17,8%). Si tratta, in termini assoluti, di un incremento di oltre 5 miliardi di euro, con un carrello che ogni mese risulta di conseguenza più “alleggerito” nei volumi.
Le buone notizie però arrivano dagli Stati Uniti, dove la Global Market Insights (consulenza e ricerca di mercato globale) stima che il business accumulerà 24 miliardi di dollari entro il 2026. Parlando della segmentazione del settore, si presume che quello dei grissini deterrà una quota del 15%, pari a 3,6 miliardi di dollari, del fortunato fatturato americano entro il periodo di previsione, grazie alla versatilità dimostrata dal prodotto.
A confermare il trend c’è la meneghina Vitavigor, azienda fondata da Giuseppe Bigiogera, specializzata dal 1958 nella produzione de El Super Grissin de Milan. “Solamente nello Stivale, il fatturato di Vitavigor nei primi 10 mesi del 2023 è incrementato del 32% rispetto all’anno precedente,” commenta Valentina Croci, nipote del fondatore e Export DPT di Vitavigor.
In USA, sono stati gli immigrati italiani a diffondere la popolarità della cucina e delle specialità italiane. La maggior parte delle antiche ricette regionali, per adattarsi agli ingredienti disponibili, e ai palati della popolazione locale, nel tempo sono state modificate.
La parmigiana di melanzane si trasforma in “chicken parm”, il capocollo diventa “gabagool”, e l’insaccato più famoso di Bologna si chiama “murtadell”. Anche i grissini cambiano, e col passare degli anni diventano simboli dell’opulenza e dell’American Dream: spugnosi bastoni spessi due dita. Delle baguette in pratica, unte e all’occorrenza ricoperte di sesamo, aglio disidratato, semini vari, cipolle fritte, l’onnipresente origano, salsa di pomodoro e chi più ne ha più ne metta. Nulla a che vedere con gli esili torinesi tanto amati dalla nobiltà e da casa Savoia.
La tradizione colloca la nascita del grissino intorno al 1679, anno in cui il fornaio piemontese Antonio Brunero inventa dei lunghi e sottili fili di pane croccante apposta per Vittorio Amedeo II di Savoia, futuro re di Sardegna, giovanotto dalla salute cagionevole e lo stomaco fragile che non tollera nemmeno la mollica del pane. Crea così un impasto di acqua, farina, lievito e sale e lo allunga per renderlo sottile e affusolato.
Il nome viene da ghersa o grissia, classico pane piemontese di forma allungata a base di farina di orzo, segale e frumento che si panificava fin dal Trecento. Il successo è immediato. Carlo Felice, sovrano tra il 1821 e il 1831, lo sgranocchia durante gli spettacoli al Teatro Regio, l’alta borghesia e i nobililo imitano subito. Il successo supera velocemente i confini del regno sabaudo: Luigi XIV di Borbone, il Re Sole, fa arrivare a Parigi fornai torinesi per garantirsi grissini appena fatti. Napoleone Bonaparte, all’inizio del XIX secolo, fonda un servizio di diligenza tra Torino e Parigi dedicato principalmente alla consegna di quelli che lui chiamava les petits bâtons de Turin, i bastoncini torinesi.
Il successo dei grissini fu particolarmente rapido anche fuori dalle corti nobiliari, grazie sia all’elevata digeribilità dell’alimento rispetto al pane comune, sia per la conservazione di quasi due settimane e la conseguente facilità di imballaggio e trasporto. Oltrepassati i confini nazionali, il successo dei grissini è globale.
Elemento imprescindibile sulle tavole di ristoranti e casalinghe, gli stirati non sono gli unici grissini a godere di successo planetario. Sempre piemontesi sono i nodosi e irregolari rubatà tipici del comune di Chieri. Si preparano con farina di grano tenero, lievito, acqua, malto, olio, strutto e sale, e si formano a mano, arrotolati e lunghi fino a 60 centimetri. Ci sono poi i grissini dolci di Pavia, ideali da inzuppare nel vino dolce dell’Oltrepò; oppure i rustici del Friuli detti grispolenta perché fatti con farina di mais.
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