“Mangia sano, torna alla natura”. Quando nel 1989 si trattò di trovare il set ideale per incarnare lo slogan ideato da Armando Testa per promuovere i prodotti Mulino Bianco, la scelta cadde su un antico mulino di Chiusdino, nella campagna senese, allora in rovina, ma destinato nel giro di qualche anno a diventare il simbolo di un’armonia familiare propiziata da biscotti e merendine del celebre marchio prodotto da Barilla. Per realizzare il primo spot a tema bucolico – cui ne sarebbero seguiti molti altri, sempre ambientati nello stesso casolare di campagna – l’agenzia pubblicitaria scelse il regista Giuseppe Tornatore, che mise in scena, con la complicità del maestro Ennio Morricone, l’idillio di una vita in campagna contrapposta al caos della città.
All’epoca, l’antico mulino di Chiusdino sembrò la rappresentazione perfetta del logo Mulino Bianco, disegnato da Giò Rossi circa quindici anni prima, in occasione del lancio sul mercato dei primi biscotti del brand, per evocare le atmosfere contadine e la nostalgia di abitudini genuine, che la nuova linea di prodotti ideata da Barilla voleva richiamare. Perché lo spazio reale fosse ancora più simile a quello immaginato, prima dello spot si ricorse persino alla maestria di Gianni Quaranta – già premio Oscar per la scenografia – che ristrutturò il mulino, coprendolo dell’intonaco bianco con cui sarebbe diventato celebre presso il grande pubblico. In termini comunicativi, fu una rivoluzione: per la prima volta nella storia dell’industria alimentare, un marchio ideato da una mente creativa trovava piena espressione in un luogo reale, set imprescindibile per costruire l’immaginario della famiglia italiana modello a lungo identificata, negli anni a venire, con la famiglia del Mulino Bianco, a testimoniare quanto gli spot televisivi pensati da Armando Testa fossero stati efficaci.
Non a caso, il mulino di Chiusdino – nella realtà tutto rivestito di pietre color ocra e mattone, com’è tipico della campagna toscana, e fondato nel Duecento dai monaci dell’Abbazia di Serena – divenne negli anni Novanta attrazione visitata da molti curiosi, oltre 13 milioni di persone in cerca di quell’atmosfera evocata dagli spot. Circondato dal bosco di Luriano, non distante dall’abbazia “scoperta” di San Galgano (questa sì, attrazione storica della zona), il casolare con mulino annesso sarebbe poi diventato, a partire dagli anni Duemila, un agriturismo per l’ospitalità (Il Mulino delle Pile), con piccolo museo per illustrare il funzionamento del mulino e il lavoro del mugnaio. Il prossimo ottobre, però, la proprietà sarà battuta all’asta dall’Istituto Vendite Giudiziarie di Siena. Base minima per aggiudicarselo: 831mila euro e spicci. Chissà che qualche nostalgico dell’immaginario da fiaba tratteggiato dagli spot tutt’intorno alla grande ruota del mulino non decida di investire i suoi risparmi per continuare a far vivere un’icona della pubblicità anni Novanta. Nel frattempo gli spot del Mulino Bianco hanno trovato celebri testimonial – come Antonio Banderas – ma oggi le riprese, pur ispirate al Mulino delle Pile, sono frutto di un lavoro di ricostruzione in studio.
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