Da un anno a questa parte si osserva una vera e propria esplosione di ricerche, studi, autorizzazioni ufficiali, nascita di start up, banche cellulari, laboratori, tutti relativi al mondo della carne coltivata e in più in generale dell’agricoltura cellulare. Un nuovo panorama sul quale si stanno affacciando realtà da tutto il mondo e che sta attirando l’attenzione di investitori pronti a scommettere su questa soluzione che punta a intrecciare consumo di carne, fornitura di proteine animali per chiunque, ma anche sostenibilità ambientale e rispetto degli animali grazie all’eliminazione degli allevamenti intensivi. Una serie di fattori positivi che però devono fare i conti su alcuni precetti religiosi radicati nei millenni come nel caso della casherut nell’ebraismo e del consumo di cibo halal nell’islam. Nell’ultimo periodo, anche a seguito dell’autorizzazione alla produzione e alla vendita in paesi come Singapore, Israele e Stati Uniti, ha preso piede un dibattito per stabilire se questo tipo di prodotti potessero rientrare tra gli alimenti permessi dai vari precetti religiosi.
Con grande gioia delle aziende impegnate nella ricerca sull’agricoltura cellulare, due gruppi di esperti si sono espressi favorevolmente al consumo di questi prodotti per gli osservanti dell’ebraismo e dell’islam. Per quanto riguarda quest’ultimo sono stati contattati da GOOD Food tre esperti di sharia che hanno esaminato la produzione dell’azienda per poi dichiarare che la carne coltivata può essere halal se, tra gli altri fattori, le cellule da cui viene ricavata la carne provengono da un animale macellato secondo la legge islamica. Per quanto riguarda, invece, i precetti ebraici, il 6 settembre l’Orthodox Union, la più grande agenzia di certificazione kosher, ha dichiarato che il pollo coltivato prodotto dall’azienda israeliana SuperMeat soddisfa i suoi standard perché le cellule di pollo non sono state alimentate con ingredienti animali e sono state estratte da un uovo fecondato prima della comparsa di macchie di sangue.
“Nell’Induismo, la pratica di non mangiare carne deriva dal concetto di Ahimsa, inteso come astensione dal male, che è importante per molte religioni dell’Asia meridionale“, ha dichiarato il direttore senior delle comunicazioni della Hindu American Foundation Mat McDermott alla CNN, aggiungendo “Finché la carne coltivata non deriva da cellule create o raccolte uccidendo un animale, molti indù la riterrebbero probabilmente accettabile”. Data la venerazione per la mucca, una biopsia potrebbe causare un’ulteriore preoccupazione che probabilmente non ci sarebbe per il pollo. “Le mucche, che hanno un particolare significato simbolico, sono considerate sacre da molti indù e possono essere trattate con maggiore attenzione rispetto ad altri animali. Anche se la carne viene prodotta senza danneggiare l’animale, alcuni indù vegetariani potrebbero comunque astenersi“, ha detto McDermott. Ben diversa e radicale la posizione dei visnuiti Hare Krishna che interpretando fedelmente il loro testo di riferimento, la Bhagavad Gita, affermano che i prodotti a base di carne non vanno offerti né consumati e proprio per questo motivo anche quella coltivata viene considerata impura.
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