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Enea, il film di Pietro Castellitto svela la “grande ignoranza” sul cibo della borghesia italiana (spoiler alert!)

Nel film Enea di Pietro Castellitto sono decine le scene di cibo in cui si ostentano vino, pranzi in ristoranti di lusso. La verità che dimostra è che la borghesia non ne capisce nulla di enogastronomia

  • 15 Gennaio, 2024

È nelle sale dall’11 gennaio, Enea, il nuovo film di Pietro Castellitto che racconta le vicissitudini della vita di un trentenne, figlio della borghesia romana, dedito a spaccio di droga, soldi, feste e divertimento. Tutto sotto il riflettore triste e desolato di due genitori che borghesi non sono nati.

La noia dei figli della borghesia è spesso argomento di discussione in letteratura e nel cinema. Già lo aveva fatto molto bene Patrizio Bati nel libro “Noi felici pochi”, dove racconta il trastullo mentale e apatico di un gruppo di ragazzi borghesi della Roma bene che ricorrono anche alla violenza pur di uscire dalla gabbia dorata in cui sono cresciuti. Se Enea è un prosieguo intellettuale di questa storia, la cosa che sorprende è di come il cibo sia stato introdotto (bene) in questo film, descrivendolo nel suo ruolo di feticcio e riducendolo a mero soprammobile per descrivere ancora meglio la pochezza di certi ambienti borghesi e l’apparenza che i ricchi devono ostentare a tutti i costi.

Il cibo e l’ignoranza dei borghesi italiani

Il viaggio dell’eroe, Enea – che quasi cerca il senso ultimo della vita attraverso i fasti che il denaro e il potere possono dare – passa attraverso il lusso del cibo: questo bere e mangiare visti come accessori sontuosi da mostrare per brillare ancora di più.

Le scene sono decine, il cibo compare ovunque: quando non è un primo piano di carpaccio di spigola, è uno zoom stretto su calici di vino. Il vino non manca mai, in Enea, perché i calici ci devono essere. Si passa da quelli in cristallo, alle flûte o alle coppe di champagne, sino ai classici, a volte impugnati anche nel modo giusto, a volte no, perché la regola base nell’immaginario comune la sanno tutti: il calice s’impugna dallo stelo.

Il film, poi, è un fioccare di frasi fatte che svelano l’ignoranza del tema enogastronomico tra i borghesi: si parla della figlia di quel produttore di “vini senza solfiti”, si intercetta un “desidera anche lei il percorso dello chef?” proposto dal maître e accettato dal commensale borghese senza sapere di cosa si stia parlando, a maggior ragione quando a tavola gli portano il (solito) “piccione”: come se mangiarlo, fosse da intenditori. Il cibo passa in secondo piano anche se si sfoderano 300 euro a cranio: si fa per apparenza. Punto.

Compaiono, dunque, dinamiche trite e ritrite: come se pronunciando le paroline magiche (vedi sopra) o compiendo i gesti da manuale del finto intenditore, si possano elevare questi borghesi descritti perfettamente da Castellitto a potenti del sapere; in coloro che pensano di avere il monopolio della verità su tutto, compresa la capacità di giudicare ristoranti di prestigio e vini, soltanto perché possono permetterseli.

Borghesia vs Popolo

Per contro, questo film spiega anche il divario tra la borghesia e il popolo. Una delle scene emblematiche è la lettera che un giovane paziente di Celeste, padre di Enea che è psicoterapeuta, gli invia via mail. Quello che il ragazzo descrive è la sua passione per la granita al caffè e il desiderio di diventare grande, andare in America e vendere granite agli americani. Qui il senso del cibo cambia rotta, si oppone, non è accessorio ma strumento essenziale per vivere e motivo a cui aggrapparsi per resistere. Come se il tema gastronomico avesse un valore diverso, se non diametralmente opposto, in base alla categoria sociale di appartenenza.

Il film Enea è anche l’occasione per descrivere la ribellione di certi figli della borghesia, nei confronti di dinamiche e di etichette a cui non vogliono aderire. Significativa la scena al fast food dove Enea e la fidanzata, dopo una notte passata fra droga, alcol e perversione, finiscono a fare colazione, con il fratello minore di Enea, a colpi di polletti, patatine fritte e Coca- Cola, come a dire: “Noi vorremmo essere questo, ma abbiamo dovuto essere altro”.

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