Crêuza de mä è una via, una mulattiera che collega il mare all’entroterra e che delimita confini tra abitazioni e proprietà. Un sentiero di mare che Fabrizio De Andrè ha scelto come titolo della sua canzone del 1984 e che ancora oggi rappresenta uno degli spaccati storici più vivi e intensi della vita ligure. Questa sarà protagonista della serata di venerdì 14 febbraio di Sanremo 2025, dedicata alle cover, quando Breshi la canterà insieme a Cristiano De Andrè.
Questa canzone nasce nel dialetto genovese, quella lingua che nasce dalla mescolanza tra la lingua del popolo e quella dei nobili. La musicalità tipica dei componimenti liguri richiama quella che è la cadenza brasiliana, ma unisce anche ritmi, assonanze e contaminazioni con il mondo spagnolo e quello arabo. Come la crêuza si inerpica verso i monti, anche la canzone stessa si immerge nella cultura locale, narrando le vicende di quei marinai di cui poco si sapeva, ma integrandola in un contesto più ampio.
“Umbre de muri muri de mainé – dunde ne vegnì duve l’è ch’ané”, ombre di facce – facce di marinai da dove venite dov’è che andate. Così inizia la canzone di De Andrè, raccontando di queste figure al rientro dal mare che si dirigono alla taverna dell’Andrea che offrirà “cose da bere e cose da mangiare”, in particolare “frittûa de pigneu giancu de Purtufin çervelle de bae ‘nt’u meximu vin lasagne da fiddià ai quattru tucchi paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi”. Si parla di frittura di pesciolini, vino bianco di Portofino, cervello di bue cotto nel vino, lasagne in teglie da tagliare in quattro parti e pasticci di lepre. Tutti lontani ricordi dopo i lunghi mesi in mare per i marinai. Si perdono in questa notte tra bottiglie di vino e chiacchiere tra amici, prima di tornare alla loro vita di sempre.
Se la dura vita dei marinai di una volta è solo un lontano ricordo, rimane certa l’esistenza di quella che è stata la locanda Du Dria – dall’Andrea – che realmente offriva ristoro a chiunque ne fosse alla ricerca nella città antica. Nella storia della Genova di una volta, con strascichi anche odierni, le locande erano solite prendere il nome dai loro proprietari. Luoghi in cui la gente si riuniva per mangiare e per bere in compagnia e dove i marinai di De Andrè guardavano con diffidenza i locali, sentendosi estranei, ammirando quelle belle donne pur sapendo di poterci avere a che fare. È nei posti di ristoro che si raccontano le vicende della vita, dove si comprende l’essenza delle persone e della cultura ligure.
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