
Nove mesi. Tanto è durata l’avventura della Citè Internationale de la Gastronomie di Lione, progetto forse fin troppo ambizioso all’origine, ma che nessuno avrebbe immaginato destinato a morire così a breve termine. E in questo caso, senza ombra di dubbio, la responsabilità del fallimento è da attribuire all’emergenza sanitaria che ha paralizzato le attività di mezzo mondo, assestando un duro colpo all’industria del turismo, della cultura e dell’intrattenimento, specie se parliamo di imprese non ancora consolidate, che portano sulle spalle il peso di investimenti importanti.
Questo è stato per la sfarzosa cittadella della gastronomia concepita nell’epicentro dell’alta cucina francese – la Lione del nume tutelare Paul Bocuse – come valore aggiunto nel recupero, altrettanto ambizioso, dello storico complesso del Grand Hotel Dieu, preso in carico a partire dal 2014 dal gruppo Eiffage per condurre la più grande opera di bonifica e ristrutturazione privata di un edificio di valore storico mai vista sul territorio francese. E così lo scorso ottobre la Citè Internationale de la Gastronomie faceva il suo esordio salutata, anche da noi, come nuova importante meta per il turismo enogastronomico in Francia. Per di più prima tappa concretizzata di un percorso che nei prossimi anni dovrebbe portare – ma ora il condizionale è d’obbligo – all’inaugurazione di altri tre poli di cultura gastronomica in altrettante città francesi.
Il comunicato ufficiale appena diffuso, però, non lascia adito a speranze di sorta: dopo lo stop determinato dal lockdown, la Città della Gastronomia di Lione non riaprirà, “perché come troppi altri poli culturali in Francia e in Europa ha subito il forte impatto causato dall’emergenza sanitaria che il Paese sta affrontando dal marzo scorso”. Peraltro, la situazione non è ancora stabile, e il futuro incerto. Ripartire a queste condizioni, spiegano ancora i gestori della cittadella, sarebbe troppo rischioso, e “troppo complesso far funzionare la macchina”: “Davanti a queste difficoltà, alle incertezze sugli sviluppi economici e turistici futuri, e nonostante tutti i nostri sforzi per salvaguardare il progetto, abbiamo deciso di non riaprire la Citè, e di interrompere definitivamente la sua attività”. Difficile dirlo in modo più chiaro. Seguono ringraziamenti ai fornitori e all’amministrazione cittadina che ha creduto nell’impresa, ma anche il rammarico per tutti i dipendenti che resteranno senza lavoro. L’auspicio, continua il comunicato, è che gli spazi recuperati (4mila metri quadri tra museo, laboratori didattici e di ricerca gastronomica, bistrot), lasciati liberi dalla fine prematura dell’esperienza, possano comunque tornare presto a ospitare progetti a beneficio della città e del turismo internazionale, perché no sempre legati alla cultura enogastronomica.
Il progetto in essere – dicevamo all’inizio – probabilmente non era partito col piede giusto, fiaccato da attriti nella comunità gastronomica degli addetti ai lavori che avrebbero dovuto sostenerlo, da qualche ingenuità organizzativa e da un percorso museale non proprio accattivante in tutte le sue articolazioni. E infatti i primi mesi di attività non avevano registrato l’affluenza sperata, a differenza di un progetto analogo, pur dedicato al mondo del vino, ma decisamente più riuscito, com’è la Cité du Vin di Bordeaux (che al momento resiste). A Lione l’investimento è stato ingente, e secondo i migliori auspici la Cité avrebbe dovuto ripagare gli sforzi accogliendo almeno 300mila visitatori all’anno. Ma subito è stato chiaro che l’obiettivo fosse troppo ambizioso, con critiche piovute anche su un biglietto d’ingresso troppo caro (12 euro per il museo, 24 per prendere parte a laboratori o degustazioni) per il valore della visita. Ora non resta che sperare che qualche mecenate o gruppo d’investimento si interessi al progetto per ereditarne le intenzioni e prendere in carico la gestione dello spazio. Che fino ad allora resterà chiuso.
a cura di Livia Montagnoli
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