Il cappuccino di soia, si sa, costa più di quello tradizionale. Ma chi l’ha detto che sia giusto? Un gruppo di americani non ci sta, e ha deciso di contestare un colosso della ristorazione: la Dunkin’, la catena di ciambelle che offre anche servizio caffetteria, con richiesta extra per le bevande vegetali.
Avviata nel distretto settentrionale della California, la causa è stata mandata avanti da 10 querelanti con intolleranza al lattosio o allergia alle proteine del latte: oltre ai vegani, ci sono anche loro, e perché pagare di più quando quella del caffelatte d’avena è una scelta obbligata? Le maggiorazioni riportate dai querelanti variano dai 50 centesimi ai 2.15 dollari a seconda del prodotto e della zona, e per la causa questo viola l’Americans with Disabilities Act, legge del 1990 sui diritti delle persone con disabilità.
È la prima azione legale presa in tal senso, e coinvolge un brand fortissimo del settore. L’accusa è quella di discriminazione verso le persone che non possono bere latte vaccino per motivi di salute, e soprattutto lucrare su questo aspetto: la causa sostiene che la Dunkin’ abbia accumulato più di 250 milioni di dollari grazie alle maggiorazioni di prezzo per le bevande vegetali. Al tempo stesso tiene conto di chi invece vuole tenere sotto controllo le calorie, offrendo il latte scremato allo stesso prezzo di quello intero.
Non c’è da stupirsi che la catena abbia guadagnato così tanto grazie alle bevande vegetali: oltre al numero dei vegani in aumento, in America si stimano tra i 30 e i 50 milioni di persone intolleranti al lattosio. Ma prezzare di più i prodotti non caseari è legale? In realtà in America c’è una legge sul divieto di sovrapprezzi per cittadini con disabilità, e secondo Amanda Howell, avvocato generale del Fondo per la difesa legale degli animali, questa azione legale contro Dunkin’ «ha tutto il potenziale per chiarire ulteriormente la faccenda: il panorama giuridico dell’industria alimentare è ancora in evoluzione da un punto di vista dei diritti delle persone con disabilità».
Senza contare che «facendo pagare di più per bevande alla soia o all’avena, le aziende rischiano di rovinarsi la reputazione e perdere clienti» ha dichiarato un portavoce di PETA, organizzazione no profit per i diritti animali. «Le persone non dovrebbero essere punite per avere a cuore il benessere animale, e più si incoraggiano i consumatori a pagare per il latte vaccino, più gli allevamenti intensivi continueranno ad avere la meglio». La causa in questione è contro Dunkin’ ma a far pagare di più per le opzioni vegetali sono quasi tutti i grandi brand, proprio per questo l’azione risulta ancora più importante, come ha ricordato Howell: «Speriamo che possa servire affinché i legislatori rendano più chiaro che questo tipo di aumenti non possono essere imposti».
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