Non c’è pace per i pub britannici. Dopo la crisi della pinta, arriva quella delle noccioline, che registrano un calo delle vendite al supermercato del 4.5%, secondo quanto riportato dalla società di ricerche di mercato Kantar. Per un valore totale di 29.4 milioni di sterline tra il 2020 e il 2023, un crollo nella grande distribuzione che però si ripercuote anche al pub. Lo racconta alla rivista Country Life Dominic Durham, direttore del The Sheaf View a Sheffield, più volte vincitore del premio CAMRA (dedicato alla birra artigianale) come migliore pub della città.
Il problema? L’alta concorrenza. «La varietà di snack è aumentata» ha detto Durham, «ora sono disponibili prodotti come i papadum», le tipiche cialde croccanti indiane, «o i pretzel, che ovviamente riducono le vendite di frutta secca». La cucina dei pub, poi, è in evoluzione, e così spesso si finisce per ordinare direttamente un piatto di shepherd’s pie o pollo al curry, anziché limitarsi a sgranocchiare un po’ di arachidi. Salate, golosissime, croccanti, una tira l’altra: è impossibile resistere a una ciotola di noccioline, che con un boccale di birra si sposa benissimo. Oggi le diamo per scontate, nel Regno Unito circolano dal Cinquecento, eppure non sono sempre state le star dei pub.
Papadum
Fino al 1872, in realtà, il prodotto più saporito era la stessa birra, che veniva addizionata di sale per convincere i clienti a ordinarne ancora e camuffare il gusto di un prodotto perlopiù mediocre. Il Licensing Act di quell’anno, poi, ha proibito la pratica, così i titolari hanno dovuto trovare altri spuntini da offrire insieme alla pinta per sfamare (e assetare) gli ospiti. Le noccioline, certo, ma prima ancora le ostriche. Altroché cibo da pub: lo «snack» nel Settecento erano i pregiati molluschi, esposti sul bancone e nelle taverne come spezza-fame tra una pinta e l’altra. I birrai iniziarono a usare i gusci, ricchi di carbonato di calcio, anche per migliorare il gusto della bevanda. Fu così che nel 1929 un mastro birraio neozelandese diede vita a una delle birre più originali di sempre, unendo un’ostrica intera al mosto: la Oyster Stout.
L’inquinamento delle acque, poi, rese difficile per i titolari delle locande reperire ostriche di buona qualità a un prezzo accessibile. In loro soccorso venne un’azienda chiamata Kenyon Produce, nata nel 1853 nel South Yorkshire e specializzata in marmellate. Nel 1891, il fondatore Charles Kenyon si unì in società con un altro produttore di marmellate, Matthew Craven, ampliando l’offerta con sottoli e salse. Quasi un secolo dopo, nel 1948, la Kenyon, Son & Craven cominciò a produrre arachidi tostate e salate, dando vita al marchio che ancora oggi è sinonimo di snack nel Regno Unito, conosciuto come KP, primo (e per molto tempo unico) distributore nazionale di arachidi in busta, per la gioia dei pub.
Pork scratchings
A fare concorrenza, poi, sono arrivate le patatine confezionate, introdotte per la prima volta negli anni ’20 nei pub a nord di Londra da Frank Smith, fondatore della Smith’s Crisps. Per non parlare dei pork scratchings, ciccioli di maiale croccanti, venduti in piccole confezioni: non tutti i pub li hanno, ma spesso qualche sacchetto nei locali più tradizionalisti si trova ancora oggi, e secondo molti inglesi è il miglior abbinamento per la birra.
Tra i frequentatori dei pub britannici circola da qualche anno una buffa e sgradevole storia: il test degli scienziati. Si dice che un gruppo di ricercatori fece analizzare le noccioline sul bancone di un pub e trovò delle tracce di urine maschile, probabilmente perché i clienti non si lavavano le mani dopo essere stati in bagno. Si tratta, però, di una leggenda metropolitana, perché nessun test simile è mai stato effettuato: insomma, la crisi delle arachidi di certo non è legata a problemi di igiene.
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