Di kombucha ve ne abbiamo parlato, nel corso degli anni, a più riprese – ad esempio qui e qui – ma mai avremmo immaginato che questa bevanda fermentata a base di tè diventasse oggetto di sofisticazioni, come avviene per il vino (ricorderete la notizia del sequestro di oltre 300mila litri di vino irregolare).
“Non tutto quello che sembra è kombucha” è il titolo di un interessante articolo pubblicato da El País che evidenzia il vuoto giuridico in cui naviga questo elisir di lunga vita (un recente studio ha addirittura accertato i suoi benefici sui livelli di zucchero nel sangue di pazienti affetti da diabete di tipo 2). E, come spesso accade, la prima a gettarsi a capofitto in questo vuoto (e opportunità) è stata l’industria alimentare che approfittando della mancanza di regolamentazione ha immesso sul mercato bibite e altri prodotti ultraprocessati che poco hanno a che fare con la bevanda ricca di batteri e lieviti. Molte delle marche in commercio sono, infatti, aceti con aggiunta di dolcificanti e acqua frizzante.
La cosa ancora più sconcertante, si sottolinea sempre nell’articolo del País, risiede nel fatto che nell’ultima versione del Kombucha Code of Practice, organizzazione che si prefigge di essere ambasciatore del kombucha per il grande pubblico, venga consentita l’aggiunta, tra gli altri ingredienti, di anidride carbonica, aromi, vitamine e coloranti. Cosa in totale contrasto con la ricetta originale che prevede solo quattro ingredienti, anzi cinque: tè, zucchero, acqua, una madre chiamata scoby e il tempo. Quello che l’industria non può permettersi di “perdere”, ma anche quello che consente tutta l’attività microbica necessaria affinché il kombucha sia effettivamente kombucha. E qui tocca porci la medesima domanda che ci siamo posti in un articolo dedicato alle fermentazioni: il kombucha può diventare un prodotto industriale?
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