15 Mar 2017 / 12:03

Casa Setaro, la cantina campana che ha riscoperto il caprettone

L'azienda vitivinicola c'è dal 2005, ma la storia di queste vigne e di questa cantina è molto più lunga. Si deve cercare in una tradizione familiare di vecchia data, in una passione che si è evoluta nel tempo e che ha ridato dignità a un autoctono quasi dimenticato.

Casa Setaro, la cantina campana che ha riscoperto il caprettone

L'azienda vitivinicola c'è dal 2005, ma la storia di queste vigne e di questa cantina è molto più lunga. Si deve cercare in una tradizione familiare di vecchia data, in una passione che si è evoluta nel tempo e che ha ridato dignità a un autoctono quasi dimenticato.

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Casa Setaro

Una vera casa cantina a testimoniare il forte legame che esiste tra la famiglia Setaro e la tradizione vinicola partenopea. Siamo a Trecase, piccolo comune alle falde del Vesuvio, dove le vigne si poggiano su un suolo grigio, composto da pietra lavica e lapilli, una delle terre più ricche di minerali al mondo e più fertili della Campania. Peculiarità che hanno permesso la coltivazione della vite sin dai tempi della Magna Grecia, territori in cui si colloca oggi l'azienda di Massimo e Mariarosaria Setaro, che portano avanti i loro progetti vinicoli sin dal 2005.

 

L'azienda

Setaro è un'azienda che nasce fondamentalmente per passione e dal lavoro intrapreso dai miei genitori” racconta Massimo Setarononostante i miei continui viaggi mi abbiano portato ad allontanarmi da quel mondo contadino, quando ritornavo ribolliva in me la passione per la campagna; quando poi i tempi sono diventati maturi ho sostituito mio padre”. In che modo è subentrato nell'attività di famiglia lo spiega con semplicità: “non sono un imprenditore del vino, ho semplicemente preso le vigne dei miei genitori e ho cercato di tradurle in una dimensione enologica, in quanto mio padre vendeva le uve e vino sfuso. L'azienda è nata quando avevo 34 anni, nel 2005 e oggi conta dieci ettari per circa 50000 bottiglie”.

 

l terrenoIl terreno 

Il territorio

I vigneti si collocano tutti all'interno del Parco Nazionale del Vesuvio, divisi in due diverse zone. L'area più alta è detta Alto Torrione, qui il sistema di allevamento praticato è il guyot e il terreno, costituito da sabbia e lapilli, ha permesso la coltivazione di viti a piede franco, con piante non intaccate dalla fillossera che in terreni così sciolti e sabbiosi non riesce a sopravvivere. L'altro vigneto è invece in località Bosco del Monaco, più a valle, dove dimorano vecchie vigne allevate con il sistema della pergola vesuviana. “Tutte le nostre vigne sono prefillossera e si collocano su territori vulcanici dove utilizziamo tecniche antichissime di coltivazione. Un esempio è 'o calaturo', propaggine in italiano: consiste nel prendere un ramo della pianta, interrarlo per circa 70 centimetri di profondità e asportare un anello di corteccia per creare una cicatrice dalle quali si formeranno le nuove radici. Dopo sarà possibile separare il ramo dalla pianta madre e avere così una nuova pianta a piede franco. Una tecnica molto antica, che richiede molto tempo”.

 

Il caprettone, vitigno autoctono vesuviano

Oggi l'azienda confeziona in tutto sette etichette, tutte da vitigni autoctoni a piede franco come il caprettone, la falanghina, il piedirosso e l'aglianico. In particolare il caprettone è una varietà autoctona storica campana, confusa per anni con la coda di volpe e riscoperta da pochissimi coltivatori del Vesuvio. Un'uva che deve il suo nome probabilmente alla forma del grappolo che ricorda la barbetta della capra, ma c'è anche chi ritenga che questa parola sia riconducibile alle vigne che guardando Capri, da questo i pastori gli avrebbero conferito questo nomignolo.

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La vinificazione tradizionale

Certamente spetta a Massimo il merito di aver riportato in auge la fama di questo vitigno che dà vita a bianchi freschi, sapidi, dai piacevoli profumi agrumati e di fiori di campo. “Il vecchio disciplinare prevedeva nella denominazione Lacryma Christi l'unione tra caprettone e falanghina. Ma questa mescolanza non aveva senso: sono due vitigni diversi dove l'uno non integra l'altro” ricorda Massimo. “Questo vino era molto diverso da quello oggi prodotto: il caprettone veniva allevato con sistemi a pergola, perché forniva rese maggiori e si raccoglievano le uve a ottobre inoltrato, defogliando violentemente le piante per fornire ai grappoli tutto il sole possibile” spiega ancora, e continua “Tale pratica comportava la nascita di un vino dolce, perché la raccolta tardiva assicurava un aumento della carica zuccherina. 'Chiu va avanti, chiu saglie o zucchero' più si va avanti nel tempo, più aumenta lo zucchero, così dicevano i contadini. Ovviamente il vino perdeva di acidità e per non renderlo stucchevole si aggiungeva la falanghina al caprettone”.

 

La strada della vitivinicoltura moderna

Le pratiche produttive a Casa Setaro oggi sono totalmente diverse: si confezionano etichette con caprettone in purezza, si garantisce un bagaglio aromatico più complesso e un buon nerbo acido; si realizzano versioni di vino da questo vitigno sia ferme che spumantizzate. “Abbiamo abbassato le rese e raccogliamo nella prima quindicina di settembre dove il grado zuccherino è arrivato al suo punto migliore ma anche all'acidità giusta per evitare di inserire la falaghina” questo per valorizzare al massimo quest'uva: “Il caprettone è un vitigno che si era perso nel tempo per l'abbandono delle terre e perché si pensava che fosse meno nobile della falanghina”.

Ma come spesso accade cantina e vigna riservano delle sorprese. “Oltre alle nuove piante abbiamo anche vigne vecchie di 150 anni e in cantina bottiglie di annate antecedenti al 2005. In particolare conserviamo una bottiglia dell'annata 1987 che mio padre imbottigliò quando nacque la figlia di mia sorella, la sua prima nipote. Una bottiglia che mio padre conservò sotto la cenere del Vesuvio”.

 

Casa Setaro |Trecase (NA)| via Bosco del Monaco, 34 | tel. 081 8628956 | http://www.casasetaro.it/

 

a cura di Stefania Annese

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