Valdobbiadene non è Prosecco. Ne è convinta l’azienda Andreola che punta alla distinzione tra le due produzioni vitivinicole. «Da anni abbiamo tolto il termine Prosecco dalle etichette. Il nostro è un territorio storico ed è importante evidenziare le su caratteristiche specifiche» spiega Stefano Pola proprietario dell’azienda di Farra di Soligo, che si autodefinisce eroica e che negli ultimi anni ha dato vitalità al comprensorio della Docg. Una strada intrapresa anche da altre aziende come Col Vetoraz che mira a evidenziare le differenze tra due prodotti - Prosecco Doc e Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore - troppo spesso accumunati nell'immaginario collettivo.

Cosa c'è dietro la scelta di abbandonare il nome Prosecco
«Il termine Prosecco è un arma a doppio taglio» dice l’enologo Mirco Balliana. «In certi contesti può essere un motivo di veicolazione del prodotto, in altri può essere un problema per un’azienda che vuole emergere. Noi abbiamo deciso di associare le nostre etichette a un territorio specifico. Una scelta che ci porta ad essere una voce fuori dal coro che punta a fare un discorso di tipo qualitativo e attraverso le nostre diverse linee di produzione, territoriale».
Per Stefano Pola, «essere “confusi” con il Prosecco è un problema, perché vieni incluso in un mercato fatto di numeri e prezzi più bassi, e non possiamo permettercelo proprio per la diversa connotazione del terroir. Servono più di 800 ore annue a ettaro in questa zona in cui si fa viticoltura eroica, mentre nella zona della Doc circa 70-80 ore». A questo si aggiunge anche un immaginario collettivo che associa il Prosecco a una qualità medio-bassa, «da qui il motivo di ripartire da capo con una comunicazione di qualcosa di diverso per poter emergere» dice Mirco Balliana. Ma quanti sono disposti a puntare sul toponimo di Valdobbiadene? «Pochi» dice Pola.

Una questione di identità
Le ragioni vanno ricercate su due direttrici: una generazionale e una di mercato. «Da una certa età in su - dice Mirco Balliana - Prosecco è considerato come un marchio, una forza vincente, una parola che le generazioni più vecchie sentono come loro. Un attaccamento che tra i produttori più giovani - continua l’enologo - sta diventando sempre meno netta».
Rinunciare alla dicitura Prosecco, però, in molti casi vuol dire anche rinunciare a fette di mercato «che si costruivano da sole - rivela Balliana - È un cambio di rotta che comporta una perdita di vendite nell’immediato». Una rinuncia che non tutti sono disposti a fare, ma la posta in gioco è alta. «Sono convinto, però, che se non si procede in questa direzione, Valdobbiadene ha solo da perderci» aggiunge Stefano Pola. «Se non spingiamo sul territorio siamo destinati a morire schiacciati dalla forza che ha il Prosecco Doc. Oggi magari perdiamo un po’ di mercato, ma domani penso ci sarà riconosciuto qualcosa in più: un’identità migliore, spero».
La paura dei dazi si Trump
Una scelta ancora più difficile se si guarda al momento delicato nel contesto internazionale, con cali di consumi e minacce di dazi sui vini europei. «Spero che Trump stia bluffando per tenere sotto scacco Europa con queste dichiarazioni. Parlando di Prosecco in generale si esportano negli Usa 120 milioni di bottiglie Doc e 40 milioni di Docg, dazi al 200% inciderebbero drammaticamente sul prezzo delle bottiglie. Il problema è che non è semplice trovare mercati alternativi dove vendere lo stesso numero di bottiglie. Non basta rivolgersi, ad esempio, alla Cina, per via del fatto che magari non è un prodotto che cercano ancora». Puntare sul territorio, però, è la carta da giocare per andare a tracciare una linea per dare una identità più specifica all’area di produzione di Valdobbiadene e emanciparsi dal termine-cappello Prosecco che raggruppa tutto sotto un’unica idea.