"I dealcolati non sono vini. Dazi? Preoccupanti come le etichette Ue". Parla Paolo Vodopivec, presidente di ViniVeri

3 Apr 2025, 08:14 | a cura di
A Cerea, dal 4 al 6 aprile, torna la fiera del vino naturale e artigianale. Il presidente: "I giovani? Per attirarli dobbiamo cambiare linguaggio intorno al vino"

Ne sono passati ventuno. Oltre due decadi trascorse a confrontarsi, a volte a discutere animosamente, in alcuni casi (pochi) con degli strascichi. Ma quello che continua a contraddistinguere il Consorzio Vini Veri, fondato da un pugno di vignaioli nel 2004, è l'ambizione di fare vino senza stravolgere il territorio dove lo si produce. Di più: provando a valorizzare la cultura e la tradizione della zona, privilegiando l'utilizzo dei vitigni autoctoni. Interventi? Quelli necessari, ma minimi. Una storia di follie andata in scena con gli applausi di chi apprezza il copione, e i fischi di chi è sempre stato scettico. I loro sono vini che si amano o si odiano, non c'è molto altro da aggiungere. Paolo Vodopivec guida l'associazione ormai da alcuni anni (protagonista un anno fa di un dibattito storico organizzato dal nostro giornale), e in vista della prossima edizione all'Arena Exp di Cerea - in programma dal 4 al 6 aprile - racconta al Gambero Rosso i nuovi obiettivi («Parlare ai giovani e come i giovani») e le sfide che il vino in generale deve affrontare, tra crisi delle economie occidentali e i nuovi dazi imposti da Donald Trump.

La nuova edizione di ViniVeri parlerà del futuro del vino, un tema difficile tenendo conto che il settore non se la passa benissimo.

Assolutamente sì, la situazione è difficile, dobbiamo essere obiettivi. Mentre l'anno scorso, essendo il ventennale dell’associazione, c’è stata una fase celebrativa, quest'anno dobbiamo guardare avanti, c’è bisogno di uno sguardo sul futuro.

Anche perché il presente è molto incerto.

Infatti, partiamo dal presente ma vogliamo tenere conto delle aspettative dei giovani. E il tema del convegno di sabato è proprio questo, "Il vino attraverso gli occhi delle nuove generazioni".

Come se la sta passando il mondo del vino? È in buona salute?

Direi di no, non è un momento semplice, non solo a livello italiano ma a livello globale. Ci sono diversi fattori che influiscono, non c'è un unico motivo. E ogni paese ha le sue problematiche.

Quali sono i fattori?

Uno, sicuramente, è che con l’aumento dell'inflazione il potere d'acquisto delle persone comuni è stato eroso e quindi la gente fa molta più attenzione a spendere.

E gli altri?

Sicuramente le nuove generazioni si approcciano al vino in maniera molto diversa.

I numeri suggeriscono che sono disinteressati al vino. Che ne pensa?

È innegabile, sono meno interessati. Anzi, sono incuriositi da altri tipi di bevande alcoliche, penso ai cocktail, o addirittura non alcoliche. A ViniVeri cercheremo di chiarire meglio questo nuovo tipo di approccio e promuovere un racconto culturale intorno al vino.

Però per affermare il vino come fattore culturale bisogna cambiare il modo di comunicarlo…

A nostro avviso, c’è bisogno di puntare su un linguaggio più giovane, meno ingessato. Ma come dicevo anche di parlare delle nuove realtà che emergono. Abbiamo pensato a una degustazione - “Calici Giovani, Voci Nuove” – più dinamica e coinvolgente proprio per parlare delle cantine condotte da giovani vignaiole e vignaioli.

Per anni il mondo del vino ha parlato, e lo fa tutt’ora, un linguaggio che in molti non capiscono. A volte troppo tecnico, a volte barocco.

C’è un’innegabile necessità di parlare di vino in un altro modo. Negli anni scorsi abbiamo cercato di mettere un punto, lo abbiamo fatto anche con il Manifesto sottoscritto nel 2022. L’obiettivo è ovviamente avvicinare i giovani e per farlo dobbiamo usare un linguaggio più adatto al loro modo di essere. Quest’anno abbiamo anche proposto una formula più “leggera”, con un prezzo agevolato: gli under 25 potranno accedere a 25 euro.

 

Il mondo dei vini naturali è riuscito ad attirare i giovani? 

Non c’è una vera risposta, sicuramente stiamo cercando di dare un messaggio corretto sul mondo naturale. Perché se negli anni passati c'è stato un approccio “approssimativo”, a volte troppo, oggi le cose sono cambiate. E devono continuare a cambiare, perché con i problemi che vive il mondo del vino, spetta a noi dare messaggi chiari, corretti, e definire un’identità giusta.

Dicevamo delle sofferenze del settore vino. Anche i vostri iscritti lamentano un calo delle vendite e un aumento dell'invenduto? Ci sono segnali più preoccupanti rispetto allo scorso anno?

Sì, le vendite sicuramente hanno rallentato e di conseguenza l'invenduto è cresciuto. Ma personalmente penso che questa crisi non è venuta fuori nell'ultimo anno. I primi sintomi si sono intravisti già qualche anno fa.

Quando li colloca?

Il Covid è stato l'antipasto, c'è stato un brusco rallentamento delle vendite per i motivi che conosciamo. Dopodiché il mercato è ripartito, ma di fatto il rallentamento è stato lento ma costante. Non è un fatto degli ultimi nove-dodici mesi, sono già due anni che le cose  hanno iniziato a cambiare.

E ora c'è una Spada di Damocle aggiuntiva con i dazi al 20 per cento annunciati da Donald Trump. 

Per chi lavora con gli Stati Uniti, chiaramente non è una notizia positiva. Gli stessi importatori lamentano che sarà più difficile collocare i vini sul mercato americano, quindi c'è sicuramente preoccupazione. E ovviamente questa preoccupazione ricade sui produttori che possono risentirne già a breve e medio termine.

Se da una parte i dazi fanno paura, dall'altra negli ultimi due-tre anni l'Unione europea non è stata gentile con il vino, soprattutto con la proposta di introdurre etichette che mettano in guardia i consumatori sui rischi per l'alcol, come per le sigarette. 

Non ci aiutano, questo è certo. Passano messaggi non proprio benevoli nei confronti del vino. E il fatto che venga messo alla stregua di prodotti cancerogeni è sbagliato, il messaggio non può essere quello di condannarlo, ma di un consumo consapevole. La mia preoccupazione, così come quella del nostro Consorzio, che rappresenta molti piccoli produttori artigiani, che tra mille difficoltà, tra mille lacci e cavilli, cerca di sopravvivere, è che questa sia l'ammazzata finale.

C'è un attacco al vino?

Non so come chiamarlo, ma di certo ci sono altre cose di cui l'Unione europea dovrebbe tenere conto. Chi sta sul territorio, ad esempio, e cerca di proteggere l'ambiente dove lavora, o chi valorizza i vitigni autoctoni, andrebbe valorizzato. Entrambe sono forme di tutela e di salvaguardia dei territori.

Bevande no e low alcol continuano a diffondersi. Il neo-salutismo è arrivato per restare, ha delle responsabilità? 

È difficile attribuire delle responsabilità, è chiaro che negli ultimi anni la sensibilità delle persone è cambiata, si presta più attenzione a certe cose, alla salute in particolare. Ma non si può dare la colpa al salutismo, semmai è sbagliato demonizzare il vino.

C'è anche un importante dibattito intorno ai dealcolati. Dalla fine del 2024, l'Italia può produrli. 

Innanzitutto, difficilmente può essere chiamato vino. Si tolgono tanti aspetti legati alla cultura, alla tradizione e all'essenza del vino stesso.

Può essere una soluzione nel caso di invenduto? 

In realtà no, ha un costo notevole sia per quanto riguarda le attrezzature sia per il processo. Le nostre realtà sono piccole, producono da duemila a trentamila bottiglie. Non facciamo grandi numeri, sono realtà artigianali che hanno a cuore la preservazione della tradizione, della cultura e dell'espressione territoriale. Dealcolare non può essere la soluzione per questo tipo di aziende.

Sarebbe surreale un giorno leggere "vino dealcolato naturale"?

Totalmente, subisce un processo industriale.

Li ha assaggiati? 

Ancora no.

Qual è la vostra posizione sui Piwi? In molti iniziano a considerarli un'opportunità, anche tenendo conto dei forti cambiamenti climatici e alla possibilità di avere viti più resistenti agli agenti esterni. 

Anche i Piwi presentano dei problemi, non sono tutte rose e fiori.

Ovvero? 

Non è vero che in vigna non si fanno trattamenti. Ma il tema vero è che dobbiamo valorizzare i vitigni autoctoni. Abbiamo un bagaglio enorme, in parte del quale sconosciuto e che invece dovremmo valorizzarlo.

A proposito di cambiamento climatico. Il mondo naturale teme che col tempo si debba per forza intervenire in vigna per salvaguardare la produzione? 

C'è ed è sotto gli occhi di tutti. Le ultime sono state annate estreme da molti punti di vista, caldo terribile o grandi piogge. Le pratiche agronomiche devono essere adattate al tipo di cambiamento, ma questo non vuol dire che dobbiamo essere interventisti.

Il Brett è il lievito più controverso, amato da certi, tollerato da altri, detestato dalla maggior parte. Alcune realtà di vino naturale hanno cercato di normalizzarlo. Voi da che parte state?

Il Brett per noi è un difetto, non è un pregio. Su questo c'è sempre stato un confronto per far sì che vini con il Brett non siano presenti. In passato, alcuni difetti venivano associati come caratteristica del vino naturale, ma non è vero, significa togliere dignità al vino stesso. C'è stata una tendenza a portare sul mercato prodotti non accettabili, ma per questo abbiamo firmato il Manifesto, abbiamo preso posizione.

Alice Feiring, sei anni fa, scrisse sul New York Times che il vino naturale delle origini era minacciato dalle grandi aziende statunitensi che volevano metterci le mani. E in Italia? 

Vent'anni fa ViniVeri è stato rivoluzionario, ha aperto agli occhi a molti piccoli produttori che hanno capito che potevano pensare in maniera diversa e lo hanno fatto. Altre aziende, più grandi, capendo la potenzialità di questa fetta di mercato, hanno ammiccato al mondo naturale anche se avevano una sensibilità diversa. Certo è che usare meno chimica in vigna e non intervenire in cantina è una cosa buona per tutti, anche per i grandi.

Nomi? 

Non ne faccio. Ma teniamo conto che l'ammiccamento lascia il tempo che trova, il consumatore è molto più preparato rispetto a diversi anni fa. Non lo freghi.

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